“Da ora in avanti non ci saranno più lamentele per l'eredità che abbiamo trovato e che è comunque più pesante di quanto pensassimo”. In questa frase pronunciata da Toni Concina nel suo primo e brevissimo discorso in Consiglio Comunale, vi è, a mio parere, la conferma di ciò che è accaduto nel voto di giugno e del conseguente programma “bipartisan” che si accinge a portare avanti, in un clima di “rinnovata e unanimemente condivisa responsabilità” per le sorti della città; ciò accade non tanto (o solo) perché vi è costretto dalla situazione di “anatra zoppa” in cui si trova il governo cittadino, ma perché lo impone il patto sociale e politico che lo ha eletto sindaco.
Un patto - o che dir si voglia - molto trasversale, al di là del bene e del male, di sinistra o destra, che ha sortito l’unico concreto effetto di abbattere il tentativo forse un po’ maldestro di innovazione rappresentato pro-tempore da Loriana Stella e dai suoi giovani sostenitori.
E’ ovvio che, dopo la nomina a mega-assessore di Stefano Mocio alla Provincia di Terni, il riassetto del quadro politico non poteva che prevedere, nel PD, la nomina a Capogruppo di un “equilibrato” Germani, e, in Consiglio Comunale, l’elezione, all’unanimità, di Marco Frizza, - che ha messo di nuovo in minoranza Loriana Stella nel PD - il quale è stato candidamente presentato dalla consigliera Annulli, come colui che meglio di altri poteva rappresentare una posizione di “imparzialità”.
(Sulla base di tali considerazioni non avremmo mai avuto a presiedere la Camera, un Pietro Ingrao, una Nilde Jotti e neanche un Gianfranco Fini !). Che eleganza ! E che paura di se stessi !
Da tutto ciò si evince che la normalizzazione è compiuta ed Orvieto si accinge a vivere un quinquennio di nuova stabilità in cui molte figure si succedono a garantire ciò che in politica si chiama continuità, ovvero permanenza.
Il Sindaco, che si è avvalso in campagna elettorale dello “stemma” (così lo definì durante l’intervista rilasciata a Paolo Franchi su Rai-Radio3) dell’UDC, ha ignorato le valutazioni e le proposte – non insensate - fatte anche pubblicamente dal suo esponente locale Massimo Gnagnarini, relativamente al modo in cui trattare la questione dell’enorme sbilancio comunale.
Gnagnarini, nelle sue dichiarazioni, aveva dato prova di eccessiva propensione critica verso il trascorso, cosa che non va bene per costruire il clima adatto alle grandi alleanze.
Infatti la formuletta scandita da Concina e riportata all’ inizio di questo intervento, è la più tranquillizzante delle offerte che il Sindaco fa alla “sua” maggioranza consiliare.
Nella stessa intervista a Rai-Radio 3, peraltro, Concina aveva giudicato positivamente il governo del suo predecessore, e la sua vittoria era stata presentata genericamente come vittoria su “una sinistra che governava la città da 60 anni”, niente altro di più specifico.
La novità infatti non era succedere a Mocio, ma insediarsi al vertice del governo cittadino in quanto interprete migliore e più stabile di altri - in continua e furiosa lite -, dello status-quo.
Per fare questo non è indicato buttare fango su un centro sinistra spendaccione o fare emergere magagne. Cosa che piacerebbe non poco, a qualche raro consigliere della destra (che però è stato messo a tacere come indicano i numeri della Giunta tra componente PDL e Lista civica). L’importante si dice è risolvere i problemi. Possibilmente insieme. Anzi, per forza.
Ma nessuno, come si è visto, ha neanche lontanamente provato ad accennare un ragionamento, una semplice lista di priorità. Neanche il Sindaco, il quale si è riservato diverse settimane per presentare il suo programma, che sarà quindi ampiamente contrattato con tutte le componenti sedute in Consiglio e ne costituirà la risultante.
L’unanimismo sdolcinato della prima seduta del Consiglio Comunale, oltre a far emergere una discutibile qualità dell’organo, pone un problema non da poco: nella grande ed onnicomprensiva coalizione che oggi si è varata non c’è, per definizione, opposizione.
Anche coloro che volendo, ci proverebbero, hanno convenienze varie a rimandare o evitare il confronto: c’è il congresso del PD (che però ad Orvieto è praticamente già terminato, a parte il rituale dell’opzione verso una delle diverse mozioni). Tra un anno ci sono le Regionali e sono in ballo candidature. A destra e a sinistra.
C’è soprattutto, la ridefinizione di punti di comando e progetti nei diversi ambiti in cui si esplicherà la politica cittadina, Casermone in primis, con l’esito della cosiddetta gara, e numerosi altri minori eccetera a cui ambiranno in tanti, sempre, rigorosamente, in equilibrio bipartisan.
Tutti uniti per le sorti della Città, la quale, passata la campagna elettorale con le sue lenzuolate di programmi alternativi, pare ora essersi ritrasformata in un ente astratto, come il bene comune, come la destra, come la sinistra, che qualcuno si ostinerebbe a voler rappresentare, pur partecipando pienamente all’unanimismo generale e senza essere in grado di articolare qualche sillaba di razionalità politica, in una sorta di tunnel buio in cui tutte le vacche sono nere.
Nell’ampia vacanza di idee, il Sindaco proverà ad interpretare la parte del capo di un direttorio emergenziale, che per sua natura si giustifica a prescindere, oltre ad andare di moda nel paese e ad essere necessitato dall’assenza non di opposizione, ma addirittura dell’idea di opposizione.
E potrà venire la tentazione di sostenerlo questo sindaco, contro l’insipienza di un tal Consiglio.
Se tutto ciò si lascia accadere, se non si aggrega qualche forma di opposizione sociale, o, senza essere così categorici, di riflessione pubblica, di discussione sociale, questa cittadina sarà preda totale e definitiva della classe politica bipartisan e solidale che l’elettore, in un afflato di libertà ingenua e colpevole, voleva abbattere.
(Voleva abbattere ?)
Rodolfo Ricci
Carissimo Rodolfo,
RispondiEliminala tua acutezza e capacità di analisi ti rendono per me prezioso convinta come sono, dopo questi atti rivelatori, che è in atto "la liquefazione" di questa sinistra e di un Partito Democratico nel quale ho sperato e di cui ho condiviso il progetto, ma che oggi non può ricevere da me altro che sdegno e allontanamento. Le vicende orvietane sono molto più emblematiche di quanto si possa credere come specchio dello stato di degrado e inquinamento politico e culturale (e questo è per me il più grave), di quella che io chiamo corruzione dell'anima, che porta gli individui verso una pericolosa deriva all'interno della quale principi, ideali, rispetto della persona e delle regole democratiche si sciolgono in un acido che rende tutto uguale, indistinguibile, neutro e perciò privo di identità. Quello che abbiamo visto consumarsi ieri a Orvieto è proprio lo smarrimento dell'identità, sia a destra che a sinistra, e questo è perfettamente organico e funzionale al sistema di potere vigente, dove a nessuno è più chiesto di pensare ma soprattutto di assumersi responsabilità congrue alla capacità di pensare, meglio accettare tradimenti, massacri, soffocamento di qualsiasi democrazia, (si è arrivati da tempo alle minacce personali)per poi ricompattarsi su quella gattopardesca continuità di cui hai parlato così bene. Cosa resta allora alla nostra vigile coscienza, alla nostra voglia non sopita di fare, al nostro senso di responsabilità verso le generazioni future? Forse continuare a non adeguarsi, ancora una volta resistere, testimoniare, scrivere, cercare di non lasciare sole le persone smarrite e disgustate che queste vicende lasciano sul terreno come dopo ogni guerra (se almeno si leggessero o rileggessero i classici per capire cosa era in guerra il nobile onore ai vinti, ai caduti sul campo, la pietas..), fermarsi a guardare e a capire, offrire delle sponde di approdo a chi si sente naufrago...Non so, pensi che ne saremo capaci?
Con molto affetto
Loretta