di Davide Orsini
Dopo il 22 Giugno, mi sono ripromesso quasi ogni giorno di scrivere una sorta di commento finale alle elezioni amministrative, quasi a voler porre una pietra tombale su una vicenda che mi ha lasciato l’amaro in bocca, in primis per il risultato. Forse e` stato meglio aver preso un po` di tempo ed aver letto altri interventi, sicuramente stimolanti.
Le analisi di questi giorni vertono costantemente su alcuni elementi che potremmo sintetizzare nella seguente lista:
1- Perchè il centro-sinistra ha perso.
2- Perchè il centro-destra ha vinto.
3- Come è cambiato l’elettorato (analisi dei primi due punti)
4- Il ruolo dei nuovi mezzi di comunicazione
5- Cosa fare ora (in entrambe gli schieramenti)
6- L’Anatra zoppa (espressione che io proporrei di bandire)
7- Il fenomeno del voto disgiunto (causa del punto 6).
Ecco, se collegassimo tutti questi elementi facendone un’analisi complessiva, riusciremmo ad evere una visione globale delle vicende elettorali recenti, invece di uno spezzatino deforme. Impresa difficile da compiere nello spazio di un articolo. Non ci riusciro` nemmeno io. Dunque cerchero` di aggiungere allo spezzatino qualche altra pietanza.
Passo alla questione piu` contingente, una domanda che emerge con insistenza negli interventi di vari commentatori dei recenti risultati elettorali. Se gli orvietani di centro-sinistra volevano il cambiamento, perche’ – si chiedono in molti – in cosi’ tanti hanno votato (al primo turno) certi politici navigati? La domanda e’ valida anche per il centro-destra, anche se con alcuni distinguo.
Il tema e’ interessante e delicato. E certamente non puo’ essere archiviato alla maniera berlusconiana: “se gli elettori mi votano significa che tutto quello che faccio va bene e dunque sono intoccabile, in quanto la mia legittimita’ a governare deriva direttamente dalla volonta’ popolare.” Questa visione plebiscitaria della politica getta alle ortiche I principii stessi dello stato di diritto. Alla faccia di tutti I cosidetti liberali che votano PdL.1 Ma che c’entra Berlusconi con Orvieto, e soprattutto col centro-sinistra? Provo a spiegarmi.
C’erano una volta il PCI, la DC, il PSI……
Se I partiti italiani tradizionali reclutavano il proprio personale politico attraverso modelli consolidati, ora le carte in tavola sono cambiate. Al politico di professione e all’attivista di partito del cui ruolo decidevano gli apparati, si sono sostituiti I politici di carriera, quei politici cioe’ che non sono cresciuti nelle sezioni ma che hanno cominciato a fare attivita’ politica cercando di ricavarvi dei vantaggi in ambito professionale. Dunque, si sono invertite le dinamiche. Se prima si poteva dire che la vita del dirigente e dell’attivista nasceva e moriva nel e per il partito, ora i politici di carriera utilizzano i partiti come ascensori sociali per raggiungere posizioni professionali piu’ vantaggiose. In Forza Italia questo avviene attraverso un rapporto diretto di fiducia e di simpatia con il leader.
Fenomeni come la personalizzazione della politica e la promozione di interessi economici settoriali fioriscono in questo humus culturale, in cui la figura del manager assume I connotati di quello che Gramsci chiamerebbe intellettuale organico, cioe’ una figura professionale che acquista consensi in base alla centralita’ della sua funzione nella societa’. Il managerialismo e’ un’ideologia che alligna in uno stato umorale fortemente anti-politico. La politica fa schifo, sono tutti corrotti, il piu’ pulito c’ha la rogna (come direbbe qualche orvietano). Cosi’, dopo il capitolo dell’anti-politica, intesa come lotta alla corruzione del potere politico, l’evoluzione dell’ideologia managerialista si e’ incardinata attorno all’idea di efficientismo. Il manager e’ piu’ bravo del politico a gestire il bene pubblico, in quanto la vocazione del primo e’ di assicurare il risultato per l’azienda. La cultura “efficientista” si e` talmente radicata che ha soverchiato altri criteri di selezione della classe politica, come l’onesta intellettuale e la moralita` (che non significa moralismo). Per cui, paradossalmente, uno dei capisaldi dell’efficientismo, la lotta alla corruzione, ha finito per essere derubricato, come un orpello di cui la sinistra fa mostra, senza credibilita` in quanto coincidente con l’antiberlusconismo.
Ma torniamo ad Orvieto. I politici di professione ci sono anche nel centro-sinistra. L’avvento del managerialismo mi pare un dato epocale, un fatto che attraversa tutte le forze politiche trasversalmente. Nel PD il quadro e’ complesso. Accanto alle tradizionali figure degli attivisti di partito “nei secoli fedeli”, navigano I nuovi tipi del politico di carriera. Il successo elettorale di questi ultimi non dipende dalle indicazioni di partito, ma dalla capacita’ personale dei candidati di tessere rapporti di fiducia con gli elettori. Il legame non e’ piu’ di tipo ideologico-rappresentativo, ma si basa su un principio di reciprocita’ nel quale il politico diventa una sorta di procuratore degli interessi del cliente. Mi ricordo di un bel libro di Paolo Farneti (allievo di Bobbio, scomparso prematuramente) in cui vengono tracciati I modelli di reclutamento politico dal Regno d’Italia all’Italia Repubblicana. I medici e gli avvocati, non a caso, hanno sempre abbondato in parlamento. Quando I partiti non sono strutturati, l’imprenditore politico diventa “il politico.”
E’ difficile scardinare questi meccanismi quando la cultura generale accetta il rapporto di clientela come “naturale” e non frutto di un processo storico-politico che puo` e deve essere alterato. Per cui, I cittadini chiedono favori invece di reclamare diritti, sanciti dalla costituzione e dalle norme vigenti. Si parla con il consigliere comunale per risolvere una bega amministrativa, per avere questo o quel finaziamento. Ci si raccomanda al messo comunale per avere un posticino, oppure per avere delle dritte su come pagare meno tasse, e via dicendo, la lista potrebbe continuare ad infinitum. In questo stato di cose, il rapporto clientelare sancisce un potere di controllo del politico sui clientes seguendo una logica di scambio “quasi alla pari”. Infatti il politico gode sempre di un vantaggio particolare che deriva dalla percezione diffusa dell’autorita’ come discrezionalita’ decisionale ed arbitrio al di fuori o al limite della legalita’. Per cui il senso comune diffuso suggerisce di tenerseli buoni i politici di turno, invece di pretendere da loro capacita’ decisionali, sensibilita’, ed integrita’ morale.
Alla domanda iniziale – perche` molti elettori votano I soliti noti - si puo` sinteticamente rispondere che ad Orvieto abbiamo a che fare con politici di carriera che riescono ad orientare il voto dei propri clienti. I politici di carriera sono free agents all’interno di strutture di partito che non governano piu’ I processi di reclutamento e che non sono in grado di offrire al prorio elettorato degli stimoli di tipo ideologico ed una visione del governo che abbia un risvolto pratico nella formulazione e nell’adozione di provvedimenti amministrativi.
Questo e’ anche alla base del voto disgiunto che ha frenato la chances di vittoria di Loriana Stella al primo turno. Ma non dobbiamo neanche dimenticare che il PD orvietano e’ un piccolo esempio di cio’ che accade a livello nazionale. L’anima comunista e quella democristiana fanno a pugni perche’ non si e’ ancora intervenuti sull’antropologia che distingue due modi di intendere la politica. Allora avvengono le telefonate da Roma per ristabilire le regole del manuale Cencelli, che contraddicono lo spirito delle primarie. Cio’ significa che dobbiamo tornare necessariamente all’onnipotenza dei partiti a scapito delle risorse personali dei candidati? No, sarebbe un ritorno al passato, I cui limiti abbiamo gia’ sperimentati. Pero` a mio avviso bisogna tornare ad una visione complessiva del governo della citta’ che abbia chiare linee di demarcazione e di distinzione da quelle della destra. E si deve tornare a sfogliare il libro dei diritti per tutte e per tutti, senza eccezioni. E questo non si ottiene scimmiottando un managerialismo ingenuo che non porta da alcuna parte.
Piccola parentesi post-elettorale
Detto questo, non vorrei che ci si limitasse ad analizzare il dato orvietano riducendolo al frutto di una contingente faida intestina. Si parla di un cospicuo spostamento di voti tradizionalmente di centro-sinistra veso la destra. I dati diffusi dall’Universita` di Perugia confermano quello che in molti gia` sapevano. Aver nascosto Conticelli, in quanto elemento scomodo, ed aver puntato tutto sulla somma aritmetica dei partiti di centro-sinistra ha di fatto interrotto quell ciclo virtuoso che si era innescato con le primarie. Il tutto per sottostare ai ricatti di una list ache non ha raggiunto nemmeno il 6%, mentre Conticelli sia nel 1999 che nel 2004 aveva attratto il 12% dei consensi (cioe` quanto la tanto acclamata lista di Orvieto Libera). Sull’analisi del voto non vado oltre, visto che sull’argomento si sono pronunciati gia’ in moltissimi.
Elogio dell’ideologia
Passo brevemente al secondo punto: l’ideologia. Molti commentatori continuano a dire che la scomparsa delle ideologie e` un bene per la politica, perche` ora l’elettorato, liberato dall’accecante pregiudizio, sarebbe piu` capace di, e piu` pronto a, giudicare I fatti ed I misfatti del politico-imprenditore. A scanso di equivoci vorrei modestamente far presente che questa teoria del funzionamento della democrazia fu avanzata tanti decenni fa col nome di “teoria economica della democrazia”. Profeta del modello razionalista della politica era Joseph Schumpeter. In breve la teoria si avvaleva della definizione di democrazia come competizione fra elites che si contendono I voti degli elettori per legittimare il proprio diritto a governare. In questo schema, i voti piu’ importanti da conquistare sarebbero quelli dei moderati, i quali, a differenza degli inamovibili elettori fedeli alle ideologie di sinistra e destra, sarebbero piu` inclini ad accordare le loro preferenze di volta in volta, decidendo a seconda dei candidati e delle proposte politiche (l’offerta politica). In un suo scritto recente Leonardo Riscaldati fa riferimento a questo modello quando auspica una sempre maggiore de-polarizzazione dello spettro politico, riducendo l’arena politica ad una sorta di mercato regolato da domanda ed offerta, il quale presuppone un elettore razionale, in grado di scegliere di volta in volta cio` che gli e’ piu’ vantaggioso. Insomma, potremmo seguire il ragionamento fino alle sue estreme conseguenze ed adottare in toto il modello proposto dalla teoria del consumatore (reperibile su ogni manuale di micro-economia).
Certo, porre I termini della questione in tal senso, ha un forte potere semplificativo. Ma io lo chiamerei riduzionistico. Tale modello non tiene conto di alcune complessita’, individuali e collettive, ma neanche di alcuni di dati di fatto (tanto cari ai positivisti) che contraddicono le previsioni sui benefici effetti della “cura marketing”, chiamiamola cosi`. Ricordo che la teoria economica della democrazia presuppone che il politico sia in grado di captare le preferenze ed I gusti degli elettori per poi calibrare la sua offerta conseguentemente.
Facciamo l’esempio del successo della Lega Nord e del declino della sinistra nel nord industriale.
Il successo della Lega dipende da una sua capacita` di attrarre il voto di protesta di due settori importanti della societa’: I piccoli imprenditori e gli operai. Gia`, la Lega e’ riuscita ad unire cio` che il capitalismo di solito divide: classe imprenditoriale e mondo operaio. La classe imprenditoriale vede nella Lega la possibilita` di difendere egoisticamente la ricchezza prodotta in certe aree del paese, dando voce ad istinti protezionistici e parrochiali che riducono l’idea di comunita’ ad una sorta di comunanza di beni prodotti ad uso e consumo esclusivo. Per dare una legittimazione ideologica alla protezione di interessi egoistici si ricorre a temi come la nazione padana, a Roma ladrona, alla mancanza di capacita` politica e manageriale del sud, alla scarsa voglia di fare dei napoletani, dei siciliani, dei calabresi, e via dicendo. C’e` poi l’altro ceto che la Lega ha saputo attrarre scalzando una naturale attrazione per la sinistra: gli operai. Qui il discorso e’ piu’ complicato. Basti dire che in questo caso la Lega (ma il centro-destra in generale) ha saputo spingere l’acceleratore sull’atomizzazione dei bisogni e delle aspirazioni della classe operaia dei piccoli e grandi centri industriali. E` proprio in questi centri che la sinistra ha perduto la sua capacita` di attrarre consenso sulla base di elaborazioni politico-culturali avanzate, che un tempo poggiavano su di una interpretazione della realta` che costruiva la percezione di un destino comune, e quindi la necessita` di solidarieta` sociale. Il simbolo della disfatta della sinistra in quelle lande nebbiose (ma anche altrove ormai) e` costituito dalle quotidiane manifestazioni xenofobe e dalla forte repulsione verso i migranti. Cio` che l’operaio ha di piu` caro e’ il posto di lavoro in regime di scarsita`. Il nemico e` l’immigrato, che i piccoli imprenditori assumono perche` costa meno. Qui nasce la contraddizione che la sinistra non ha saputo, finora, portare alla luce e rompere: il bisogno di “braccia straniere” da parte dei commenda del nord, e la contemporanea repulsione che si manifesta fra gli operai. Ma se gli operai italiani non sono sufficientemente tutelati e non hanno sufficienti opportuinita` la colpa non e` dei migranti, ma del sistema che alimenta queste contraddizioni mascherandole e tenendole insieme attraverso l’atomizzazione dei bisogni. Esiste il singolo ed esistono i suoi bisogni. In questo senso, anche il rapporto col potere politico assume dei connotati individualistici. Berlusconi ha accentuato molto il suo richiamo diretto agli elettori come fonte di legittimazione al di sopra delle leggi e dei poteri dello stato. Siamo in una fase di congiuntura economica e politica che trova nell’individualismo elettorale il collante fondamentale.
Dunque, la sinistra perde perche` e` ancora troppo ancorata all’ideologia? No, al contrario, la sinistra perde perche` dopo la fine di una certa ideologia non e` riuscita a costruirne una nuova su cui basare una proposta politica convincente da tradurre in azioni di governo. Dal mio punto di vista, la sinistra italiana dovrebbe riannodare i fili dell’unico progetto concreto che e` stata capace di elaborare con grande successo in un periodo di forti contrasti e di repressione. Va riannodato, aggiornandolo ad un contesto tutto nuovo, il filo del progetto gramsciano per la costruzione di una rinnovata cultura politica di sinistra. Veltroni, nella sua disgraziata avventura come leader del PD, ha avuto uno sprazzo di lucidita` soltanto nel momento delle dimissioni, quando nel suo discorso ha fatto cenno alla necessita` di tornare a produrre idee e cultura seguendo la strada tracciata da Gramsci.
Questa intuizione, chiamiamola cosi`, deve tornare ad essere patrimonio comune della sinistra. Di una sinistra che non puo` abbarbicarsi dietro i compromessi con I gruppi moderati di questo paese. Possono esistere alleanze strategiche di lungo corso, basate su affinita` programmatiche concrete. Ma io, personalmente, non mi straccerei le vesti se il centro sinistra fosse di nuovo scandito dal trattino che ne separi le due componenti fondamentali.
Se seguissimo I suggerimenti del modello del marketing elettorale ci rassegneremmo all’idea di politica come ricezione, trasmissione, e riproposizione di bisogni materiali ed immateriali frantumati e senza una idea di societa`. Dovremmo rassegnarci a dare a tutti quel che vogliono.
Ma, non ha la sinistra, e la politica in gerele, anche un compito pedagogico da assolvere? Siamo tutti avvocati, manager, imprenditori? Siamo tutti consumatori di politica che giudicano e decidono razionalmente a chi dare il loro voto? E chi stabilisce cosa e’ razionale e cosa non lo e’? No, non sono convito che questa sia la strada giusta da imboccare. Il marketing elettorale poggia di per se` su di una concezione ideologica della democrazia, che presuppone certe caratteristiche ideali che assicurerebbero il funzionamento del sistema. La politica e` ridotta a semplice espressione elettorale di cittadini troppo occupati per pensare e per interessarsi di quanto accade nelle societa`. Il consumatore pretende efficienza e serieta`. Se cio` fosse vero sempre, Berlusconi avrebbe da tempo fatto le valigie. Cosi` non e`. La lotta va condotta sul fronte ideologico ora piu` che mai. Chi pretende di archiviare le ideologie come semplici ferri vecchi del Novecento, promuove consciamente o inconsciamente, un modello fortemente ideologico imperniato sulla “naturalizzazione” dell’attuale realta` politica. Cosi`, invece di contrastare le disfunzionalita` (caso Lega) di tale sistema, finiremmo per assecondarle ed accettarle. Il PD ha di fatto imboccato tale strada.
Sarebbe poi lunga la disamina del positivismo come ideologia. Sondaggi di opinione, marketing elettorale, statistiche, non sono soltanto strumenti di indagine “scientifica”, ma sono rappresentazioni della realta` e dunque fonti di produzione della realta`, camuffate da metodo imparziale, scientifico, e dunque inattacabile. Ne conosco bene I meccanismi perche` ne ero un convinto sostenitore e propugnatore fino a qualche anno fa`, prima di accorgermi, appunto, delle sue apparentemente innocue false verita`. Vogliamo parlare di come il dato statistico viene creato? Vogliamo parlare di come le categorie con cui si descrivono le persone, I gusti, le preferenze, vengono create sulla base di presupposti, convincimenti, e pregiudizi? Cio` che stabilisce la scientificita` di un processo conoscitivo e’ il consenso all’interno della comunita’ di chi pratica la “scienza”. Insomma, senza fare troppi sforzi basterebbe leggersi Kuhn, come prima, ed ormai obsoleta, analisi della produzione scientifica. Ovviamente questa e’ la mia visione delle cose, credo supportata con buoni argomenti, di cui non reclamo certo l’originalita`.
(ti invio il commento in due "mannate", ché sennò non me lo pubblica)
RispondiEliminaCiao Davide,
come sempre trovo interessante leggere i tuoi scritti, anche se, come sappiamo entrambi, ci muoviamo spesso partendo da diversi punti di vista. Sempre con il massimo rispetto, si intende. Il tuo pezzo è denso di argomenti e spunti di riflessione, e per avere un confronto a tutto campo sarebbe necessario ben altro che un commento...
Consentimi comunque di riprendere alcune parti del tuo scritto per esprimerti il mio punto di vista in modo estremamente sintetico.
"...Veltroni, nella sua disgraziata avventura come leader del PD, ha avuto uno sprazzo di lucidita` soltanto nel momento delle dimissioni, quando nel suo discorso ha fatto cenno alla necessita` di tornare a produrre idee e cultura seguendo la strada tracciata da Gramsci."
Va bene, ma chi dovrebbe produrre tali idee? Il gruppo dirigente? Il popolo della sinistra? E chi decide quali saranno quelle giuste? E se ci fossero (come senz'altro ci sono) idee contrapposte, come si procede? La pratica della cosa la vedrei un po' complicata. Secondo il mio approccio bisognerebbe ascoltare la gente, perché è quella che, con il suo voto, decide e deciderà sempre in via definitiva. Io la politica e le scelte che da essa derivano la concepisco come moto che parte dal basso, con il politico che rappresenta la gente, e né è l'ambasciatore.
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"...Se seguissimo i suggerimenti del modello del marketing elettorale ci rassegneremmo all’idea di politica come ricezione, trasmissione, e riproposizione di bisogni materiali ed immateriali frantumati e senza una idea di societa`. Dovremmo rassegnarci a dare a tutti quel che vogliono."
Qual'è l'alternativa, dare a tutti quello che pensiamo sia giusto per loro? Mi dispiace, ma non riesco a concepire una cosa del genere. Mi fa venire i brividi. E poi ritorniamo al primo punto: chi decide?
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"...Ma, non ha la sinistra, e la politica in gerele, anche un compito pedagogico da assolvere? Siamo tutti avvocati, manager, imprenditori? Siamo tutti consumatori di politica che giudicano e decidono razionalmente a chi dare il loro voto? E chi stabilisce cosa e’ razionale e cosa non lo e’?
Come dici tu: E chi stabilisce cosa e’ razionale e cosa non lo e’? La politica? Ma la politica la fa la gente, i politici sono persone. O per loro natura hanno nel dna qualcosa che li rende superiori ai comuni cittadini? Perdonami, ma se mi guardo intorno e vedo con quali politici spesso ci troviamo a che fare, allora viva il popolo. Anche perché è quello che vivendo i problemi del quotidiano sulla propria pelle, si trova senz'altro in una posizione favorevole per esprimere il suo punto di vista. E, invertendo il discorso che fai tu, forse è lui che può avere un effetto pedagogico sulla politica, che spesso non sa neanche di cosa parla. La verità è che ci sono migliori e peggiori sia in politica sia tra la gente normale. Come in ogni categoria di persone.
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RispondiElimina"...La lotta va condotta sul fronte ideologico ora piu` che mai. Chi pretende di archiviare le ideologie come semplici ferri vecchi del Novecento, promuove consciamente o inconsciamente, un modello fortemente ideologico imperniato sulla “naturalizzazione” dell’attuale realta` politica."
Come ho replicato ad un altro commento al mio pezzo, l'ideologia rimane ovviamente estremamente importante perché rappresenta in buona parte l'identità e dell'unicità di ognuno di noi. Ma stiamo entrando nell'epoca in cui ognuno ha la sua, di ideologia. E' chiaro che un partito politico ha la propria identità (nel marketing si chiama posizionamento), ciò che cioè lo rende riconoscibile dall'esterno. Io parlo (e mi scuso se non sono stato sufficientemente chiaro) di crisi dell'ideologia precotta, quella che i politici (che sono sempre persone) dovrebbero PRE-disporre ad uso e consumo della gente. La verità è che ognuno ha i suoi punti di vista. Suoi, personalissimi punti di vista sul mondo. Ti ripeto quello che ho scritto chiudendo la replica al commento. E' un po' come voler andare a pesca di lattarini con una rete con le maglie larghe. Non tiri su niente.
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Sondaggi di opinione, marketing elettorale, statistiche, non sono soltanto strumenti di indagine “scientifica”, ma sono rappresentazioni della realta` e dunque fonti di produzione della realta`, camuffate da metodo imparziale, scientifico, e dunque inattacabile. Ne conosco bene I meccanismi perche` ne ero un convinto sostenitore e propugnatore fino a qualche anno fa`, prima di accorgermi, appunto, delle sue apparentemente innocue false verita`. Vogliamo parlare di come il dato statistico viene creato? Vogliamo parlare di come le categorie con cui si descrivono le persone, I gusti, le preferenze, vengono create sulla base di presupposti, convincimenti, e pregiudizi?
Il dato statistico è una rappresentazione sintetica di tipo distruttivo, che per la sua natura specifica deve pagare qualcosa alla varietà ed alla verità dei fatti. Ma rimane comunque uno strumento insostituibile per definire alla meno peggio dei fenomeni complessi e su larga scala. Ci consente di conoscere in modo compatto il mondo che ci circonda. E' chiaro che chi fa che e con quale tecnica o metodo di per sé rappresenta un elemento inquinante, ma non vedo alternativa, tranne che l'interrogarsi, appunto, che però presenta limiti secondo me ben più grandi. E rischia molto di più di fornire una visione fuorviante e autoreferenziale del mondo.
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Non so, forse ho più fiducia di te nelle persone, e nella loro capacità di discernere. Concordo che l'individuo fa e decide sia in base a pulsioni emotive che razionali. E' chiaro che ce n'è per tutti i gusti, sia a guardando verso destra che verso sinistra. Ma dare fiducia alla gente per me è la soluzione "meno peggio" che ci possa essere.
Alla prossima.
Con stima,
Leonardo
Ciao Leo,
RispondiEliminagrazie per la risposta.
Si, anche io credo che la politica non la facciano solo i gruppi dirigenti dei partiti. Anzi, io invitavo proprio coloro che si trovano d'accordo con quanto ho scritto a cominciare un percorso fuori da canali che ormai sono diventati del tutto autoreferenziali. Per me politica si fa all'univesità, nelle fabbriche, per le strade, al teatro, al cinema.... insomma ovunque. Non credo ai gruppi ristretti che calano dall'alto le loro verità. Se ci sono persone che hanno idee diverse sui contenuti e su come attenere i risultati, si parla e ci si confronta. Questa è politica. Ovviamente bisogna sempre essere disposti ad accettare le idee altrui, ed aperti a cambiare la propria. Insomma, non sono per il centralismo democratico che poi si è diffuso nel PCI. Ma è proprio trovare una nuova via, tenendo conto dei mutamenti che ci troviamo a commentare, la sfida che secondo me si deve raccogliere. Sul metodo, come avrai capito, non la vediamo allo stesso mmodo. Io sono un po' avverso al positivismo radicale ed al razionalismo. Ma di questo potremmo parlare scolandoci una bottiglia quando torno.
A presto... e grazie per aver dedicato tempo a leggere ed a commentare il mio scritto.
Con stima, ricambiata.
Davide
Una "mediazione" tra le vostre due visioni delle cose, o meglio, una possibilità di leggerle insieme, potrebbe essere costituita dalle categorie proposte dall'ermeneutica di Gadamer.
RispondiEliminaE si potrebbe anche tornare ai filosofi del disvelamento o a quella che alcuni chiamano la "filosofia del sospetto" della triade Nietzsche, Marx, Freud.
La teoria e la pratica del marketing e della psicologia sociale, si fonda sulle conquiste di questi tre...
In particolare è interessante ricordare ciò che dice Nietzsche alla fine della "Volontà di Potenza" (Frammenti postumi 1887-1888):
"Non c'è una volontà: ci sono puntuazioni di volontà, che accrescono o diminuiscono costantemente la loro potenza."
Marx interpreta la dinamica storica come storia della lotta di classe. Nietzsche direbbe che essa è una manifestazione storica della dinamica delle puntuazioni di potenza.
Le puntuazioni di potenza altro non sono che puntuazioni interpretanti che si contrastano e si combattono.
Quando qualcuna prevale sulle altre conquista l'egemonia.
Che la ricopra e la celi sotto una ideologia non è altro che il modo specifico del suo funzionamento.
Oltre questo discorso delle puntuazioni ermeneutiche c'è solo ciò che per approssimazione chiamiamo la libertà e l'autonomia
a cui aspirano i singoli soggetti.
Ammesso che abbiano prima compreso di essere il prodotto della lotta delle puntuazioni interpretanti vigenti e non altro.
Berlusconi e il cosiddetto PDL vincono perchè interpretano questa ansia nel modo in cui Corrado Guzzanti sintetizzò nella formula: "facciamo come cazzo ci pare".
Ovviamente io contrasto questa ansia di libertà di parte poichè ogni pezzo di libertà di quel tipo riduce drasticamente la mia e quella della maggioranza delle persone.
Non mi attengo cioè al principio di quel consenso che alcuni sostengono essere maggioritario.
Non intendo tantomeno cavalcarlo come ha fatto finora il PD, solo perchè in questo momento è vincente.
Ne riconosco tutti gli elementi strategici e strumentali, la sua costruzione "scientifica", il suo carattere sovrastrutturale ed ideologico.
E il suo effetto particolarmente dannoso sulla natura e sulla maggioranza delle persone.
(Se inquini, consumi la mia aria, la mia acqua, il mio territorio e quello dei miei figli).
Mi batto per un'altra puntuazione di potenza che deve mirare all'egemonia.
Volgarizzando, tu non puoi fare come cazzo ti pare, perchè ci sono io e altri ad impedirtelo.
E tento di costruire il consenso intorno a questa posizione a questa puntuazione interpretante.
Cari saluti a voi.
Rodolfo Ricci