Lettera di Loretta Fuccello
Care amiche e amici,
mi autorizzo a prendere ancora una volta la parola e a lasciarvene traccia scritta come ulteriore prova di amicizia, di affetto, di lealtà verso le persone con cui ho condiviso questo tratto di strada; per il momento mi congedo, non solo perché vado in vacanza per un breve periodo, ma perché ho imparato dopo tanti anni di vicende ingarbugliate e di momenti difficili che quando nella mia mente le cose cominciano a presentarsi annebbiate e le mie sensazioni più profonde mi inducono al dubbio, è venuto il tempo della riflessione e del silenzio, che spero porterà nuove energie e nuova chiarezza di pensiero per poterli mettere a disposizione degli altri che vorranno condividere.
Sento il bisogno di prendere le distanze da tutto: dalle conclusioni affrettate, dalle analisi del voto alcune molto approfondite, altre parziali e raffazzonate, altre ai limiti dello sbrodolamento, ma soprattutto dagli sconsiderati che da una parte inneggiano all’odio e alla vendetta e non solo dall’altra parte (si distingue il ritorno de Lo pungerone 3 che ormai viene allo scoperto con il suo carico di bile raddoppiato) e dall’altra si gettano in proclami ai limiti della decenza solo e unicamente per riproporci una vecchia minestra riscaldata o un desiderio di rivalsa che fa paura.
Una cosa è certa: chi vuole fare politica ormai non può prescindere dalla conoscenza di quello che passa sulla rete, non può permettersi il lusso di non tenerne conto per capire gli umori e gli orientamenti delle persone a cui si rivolge, non può assumere atteggiamenti di supponenza e soprattutto, se abbiamo tanto lamentato la mancanza di ascolto della vecchia classe politica, non possiamo certo commettere lo stesso errore, e se in alcuni momenti lo abbiamo già commesso dobbiamo almeno riconoscerlo e alla svelta. Una cosa mi ha colpito forse più delle altre: nel calderone delirante di chi invocava la fine del regime, il crollo del muro, la liberazione di Orvieto, addirittura l’entrata in Italia, si avvertiva quella avversione profonda fatta di antipolitica, di anticomunismo viscerale ma soprattutto di oppressione profonda che io ho vissuto da giovane, in tempi davvero molto lontani, quando per motivi di studio ho trascorso lunghi periodi a Praga, in pieno regime comunista dopo l’invasione sovietica. Mi sono chiesta come è stato possibile che in una piccola città, per quanto litigiosa ma anche sonnacchiosa come la nostra, un gruppo dirigente politico dominante abbia potuto far sì che si accumulasse un simile sentimento di oppressione rimanendo cieco e sordo ad ogni avvisaglia, tanto che al primo passaggio utile di un personaggio mediamente abile i cittadini si siano aggrappati a questo come a un faro di libertà!
Quanto possono essere colpevoli coloro che senza storia né memoria del passato di questa città, nell’arco degli ultimi 15 anni hanno fatto sì che si dimenticasse una stagione feconda che aveva portato Orvieto ad alti livelli nazionale e internazionali, dove erano state create le basi dei servizi culturali e sociali di cui ancora oggi inconsapevolmente godiamo i frutti (Biblioteche, Scuola di musica, teatro, viabilità, ecc.asili nido, sperimentazioni scolastiche, servizi sociali), ma soprattutto a quali livelli di autoreferenzialità siano arrivati costruendo cattedrali nel deserto (i grandi eventi) da cui evidentemente la popolazione locale e in particolare i giovani si sono sentiti esclusi e emarginati, mentre l’economia languiva e il berlusconismo impazzava.
Loro, i politici della cosiddetta sinistra, occupati a farsi le guerre fratricide e a riprodursi in una forsennata partenogenesi, nonché a coltivare i propri personali interessi, hanno ignorato i bisogni dei cittadini e tradito le aspettative della loro gente che oggi, con la modalità di queste elezioni, li ha ripudiati.
A tal proposito vorrei riportare un passaggio cruciale di un articolo di Claudio Lattanzi su Tuttorvieto perché credo che se ci spogliamo dell’ottica di parte possiamo riconoscere che questa analisi rappresenta la situazione in modo quasi veritiero, pur nelle sue punte velenose e ingiuste:
“La classe politica che è arrivata al capolinea lunedì sera, aveva perso da tempo la capacità di interpretare la società orvietana perché è stata sempre abituata a fare politica da una posizione di forza tale che la possibilità di essere mandati a casa non era nemmeno contemplata in astratto e la necessità di ascoltare le persone era ormai considerato uno sforzo inutile. La mancanza di competizione ha fiaccato gli animi, concentrando le attenzioni di quasi tutti solo ed esclusivamente all’interno del proprio perimetro di potere, sulle carriere dei singoli, sulla gestione della capillare rete clientelare composta dall’utilizzo delle risorse pubbliche, dai rapporti con le cooperative e con le altre aziende vicine al palazzo, con i tanti carrozzoni inutili e mangia soldi costruiti nel tempo, con il reticolo di “intellettuali” di vario tipo da gratificare con prebende, manifestazioni, consulenze, viaggi e via sprecando. Hanno commesso soprattutto l’errore di confondere la società orvietana con quella fetta consistente di privilegiati che vivevano dentro a questo sistema, ignorando chi ne era fuori perché tanto era minoranza elettorale.”
Io aggiungo che non hanno dimenticato solo la minoranza elettorale che era fuori ma in primis proprio la parte migliore e più autentica del loro popolo, quella senza la quale non avrebbero mai potuto costruire il loro sistema di potere; è proprio quella parte che non ci ha più riconosciuto, che non ci ha seguito, e che alla fine, dopo l’incapacità di renderci credibili scaricando decisamente i poteri forti e i cadaveri eccellenti ha deciso di rifiutare in maniera forte la proposta di Loriana, con un carico di avversione e di disprezzo superiore alle nostre aspettative (ciliegine sulla torta: il comunicato Cimicchi a cui ancora in molti chiedono perché non sia stata data smentita e le telefonate ai privati cittadini che avrebbero fatto arrabbiare chiunque).
Ora il problema immediato non è il vecchio Che fare? di leniniana memoria, ma è la capacità di guardare in fondo al pozzo, di capire dove ci troviamo e soprattutto come non disperdere le meravigliose energie umane, soprattutto giovanili, che abbiamo a disposizioni, concedersi le lacrime e il dolore ma non lasciarsi travolgere da un pericoloso senso di annientamento.
Io vedo lucidamente un’ unica strada percorribile dalla politica organizzata: azzeramento di un classe dirigente che è stata capace di portare un male così profondo, che dovrebbe chiedere scusa ai suoi elettori e ai suoi militanti che hanno speso le loro migliori energie, ampia rimobilitazione di tutte le forze che trasversalmente hanno cercato di costruire questa ipotesi di rinnovamento, ricostruzione dal basso con umiltà, lavoro e studio politico, creare rete con tutti i soggetti esterni al Partito Democratico che possano essere interlocutori validi (e ce ne sono molti) senza alcun tipo di compromesso, di paura e di esitazione, ormai non c’è niente da perdere se non la speranza, e quella vorrei poterla continuare a vedere negli occhi di Marianna, di Andrea, di Simone, di Lorenzo, di Valentina, di Alessio, di Donatella e di tanti altri che ho conosciuto e che mi hanno concesso il privilegio della loro fiducia e della loro giovane amicizia.
Speravo nel corso di questo mio sessantesimo anno di età di poter compiere un passo nuovo nella mia vita, iscrivermi per la prima volta ad un Partito di cui mi sembra di condividere i valori fondanti, come unica àncora al sistema democratico in agonia in questo sciagurato paese Italia: l’anno non è ancora finito, ci sarà un congresso, vorrei non perdere questa opportunità di mettermi al servizio per contribuire con un granello di sale alla collettività, ma prima di questo deve avvenire un attraversamento del deserto, un cammino di purificazione al termine del quale ci si possa riconoscere. Ulteriori rinvii e confusioni non possono far altro che allontanarci da questo momento, se non sarete chiari (parlo di coloro che sono interni al partito) non sarete credibili, non facciamoci illusioni e questo sono sicura che vale anche per il resto dell’Italia, mettiamoci in comunicazione con tutti coloro che stanno combattendo la stessa battaglia perché si arrivi a parlare con una voce forte e univoca, perché l’esempio di Orvieto non sia solo un caso clinico da analizzare ma un nuovo laboratorio da cui si riparte e ricordiamoci che ogni sano gesto di autocritica dei nostri errori, senza vittimismi e scaricabarile storico sugli altri, non può che giovare ad una immagine di dignità e di intelligenza che dovrebbe esserci propria, in questo momento più che mai.
Un’ultima cosa a cui tengo molto (e perdonatemi se il tono è sempre quello dell’insegnante, fa parte di me ormai); siate fieri di appartenere alla tradizione ideale e politica della sinistra italiana, non lasciatevi screditare e fuorviare, è la storia che ci ha portato fuori dai fascismi e ci ha donato la Costituzione, che ha difeso in questo paese più e più volte la libertà e la democrazia nei momenti delle peggiori trame eversive e dei terrorismi, che ha saputo saldarsi con la coscienza democratica cattolica progressista di questo paese in un processo unico e originale, che oggi dobbiamo essere a noi a portare a termine.
Senza questa memoria non possiamo andare da nessuna parte e a chi di voi vorrà rivolgo l’invito per il futuro di lavorare e studiare insieme per comprendere da dove veniamo e dove affondiamo le nostre radici, per poi trovare linguaggi e forme della comunicazione semplici ma non semplificati con cui rivolgerci a tutti coloro che vogliamo riconquistare alla nostra fiducia.
Vi lascio con le parole preziose di Adriano Casasole, scritte poco tempo prima della sua morte, quasi un testamento spirituale:
Il mio e' stato un impegno a tempo totale e con passione.Con il passare del tempo e' diminuito l'entusiasmo.Ho avvertito un senso di progressiva emarginazione, la difficoltà di contare, di partecipare.Alla passione, all'impegno sono subentrate la delusione e la sfiducia.
L'impressione e' che nei partiti ci sia una macchina che va per conto suo, secondo leggi sue proprie ferree.Mi appello ai giovani, alla loro passione, civile e politica.Guai a far finire il regno dell'utopia. Comincia quello del potere e...del denaro.
La questione morale e' una questione di fondo....Non si deve governare comunque a qualunque costo....E se non sarà felicità, che sia Speranza".
Rimango a disposizione di chi avrà bisogno di me per qualsiasi contributo alla discussione e alle ipotesi future, ma solo se si partirà da una posizione di estrema chiarezza e distacco da ciò che è stato. Per quanto riguarda l’amicizia personale e il sostegno morale invece sono disponibile senza se e senza ma.
Loretta Fuccello
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